il bambino interiore

AVEVO RAGIONE IO

ALLA BAMBINA CHE NON SI E’ MAI RASSEGNATA

Ho sempre avuto questa bambina vivace e creativa dentro che mi tirava le viscere ogni volta in cui facevo qualcosa che non sentivo. Ma siccome lo facevano tutti, l’unica mia conclusione era che in qualche cosa io fossi sbagliata, o che commettessi qualche errore di base, o che le mie percezioni fossero sballate.

È incredibile metterci mezza vita per infine rendersi conto che avevo ragione io.

bambina nel bosco

Avevo ragione io quando facevo fatica a stare ferma a scuola, perché i profumi della primavera mi chiamavano fuori e io avrei voluto andare sotto i tigli fioriti a giocare e a scrivere poesie, ma dovevo seguire le regole decise da adulti che apparentemente sapevano tutto meglio di me. Quando sentivo che avevo troppa energia in corpo per stare seduta al guinzaglio. E oggi aprono le scuole negli asili e nei boschi.

Avevo ragione io quando sentivo che si poteva amare senza limiti e quando non avevo paura della morte.

Avevo ragione io quando preferivo dormire o camminare a vuoto che andare a fare qualcosa di spiacevole, inutile o frustrante in cambio di denaro. Qualunque lavoro dipendente io abbia provato nella vita. Le strade non mie in cui ho cercato di identificarmi, semplicemente perché lo facevano tutti.

Così facendo mi facevo violenza, e la mia bambina interiore non mancava di causarmi qualche malanno gridando muta le sue ragioni, ma nessuno voleva ascoltarla. E oggi si conosce bene il legame tra grado di felicità e malattia. E ti dicono che camminare fa bene al corpo e alla mente, meglio se “a vuoto”, che stimola l’ispirazione….

Quindi avevo ragione io a scappare, a non durarci, a preferire il sole, a preferire la condivisione, a preferire lo scambio. E oggi nascono il “coworking”, gli “eco-villaggi”, gli orari di lavoro flessibili.

Avevo ragione io, allora, quando l’apparentemente inscalfibile ciclo vizioso del denaro e della nostra economia mi dava la nausea. Dopotutto, forse non ero così pazza e così strana.

Avevo ragione io a preferire vivere in gruppo che ciascuno a casa sua. E oggi nasce il “cohausing”.

Sonia Serravalli
Photo-Poetry Sonia Serravalli

Avevo forse in fondo ragione io quando salutavo ogni pianta al mio passaggio dal giardino alle scale a casa. Quando davo un nome a ogni individuo animale, comprendendo d’intuito che fosse, appunto, un unico ed esclusivo individuo. Oggi gli scienziati dimostrano la sensibilità delle piante.

Avevo ragione io quando a scuola mi emarginavano per essere “strana”: troppo sensibile o troppo timida.

In effetti, se vediamo in che mondo ci siamo ficcati, forse le persone sensibili sono una minoranza: noi avremmo basato ogni cosa sulla poesia e le cose sarebbero state molto diverse. Tutta la minoranza formata da quell’unica bambina o quell’unico bambino emarginati e malvisti in ogni singola classe. Ah, ma arriviamo, arriviamo, adesso stiamo capendo che avevamo ragione noi. E che non siamo poi così pochi.

Avevo dunque ragione io quando non comprendevo la gente, quando mi chiedevo come tutti si scandalizzassero davanti alla prostituzione della vendita del corpo e poi promuovessero la vendita dell’anima ad altri, la prostituzione dell’anima in cambio di mille euro al mese.

la bambina interiore

Avevo ragione io tutte le volte in cui mi sono meravigliata che l’umanità non avesse minimamente seguito gli insegnamenti cristici di ogni messia, mentre li professava a gran voce. Oggi finalmente possiamo parlarne senza venire bruciati.

Avevo ragione io quando sentivo che il tempo si allarga e si restringe di continuo. Che correre e vivere nell’ansia fa male, che lo puoi estendere tu, a piacimento, semplicemente dandogli respiro. Rispettando i tempi naturali delle cose.

Avevo ragione ad essere traumatizzata: il parto disumano negli ospedali, la frustrazione, l’infibulazione delle ali a scuola e il terrorismo a catechismo.

Aveva ragione quella bambina che ero e che sono ancora e mi sembrava il minimo dargliene atto, il più pubblicamente possibile.

 

Infine, questo un brano tratto dal mio libro scritto nei mesi a Londra (2015) – “Diario di Londra”.

Quando ancora non avevo afferrato del tutto che avevo ragione io. Che avevamo ragione noi.

“Poi, bastava che mi prendessi dieci minuti di pausa da tutti quei siti che richiedevano lunghe iscrizioni, compilazioni, moduli a non finire, categorie e mestieri i cui nomi neanche conoscevo, bastavano i petali delle camelie a terra nel giardino o la coppia di gazze, o un raggio di sole in una certa posizione, e l’esigenza di scattare foto mi riprendeva come un raptus.

Giravo tra la casa e il giardino con il caffè in mano, senza neanche curarmi di coprirmi dal vento freddo se l’angolo di una scena mi chiamava – unica testimone e discepola del carpe diem. In quel luogo che non era una città, ma un mostro a tante teste di gente consumante e da consumare, il mio cervello si spegneva in un istante e seguiva altre vie che erano più forti di me e che erano necessarie.

Avevo conosciuto questo impulso solo nella scrittura, ma riguardo la fotografia era più volitivo e feroce, perché in quel caso una scena non potevo fermarla per riprodurla più tardi.

I lontani echi di una società che ti insegna che l’estro artistico è un lusso o un capriccio, che tutti vorrebbero passare le giornate a ritrarre i petali di un fiore per terra ma bisogna andare in miniera, in magazzino, in ufficio, servivano a poco di fronte a questo vorace richiamo. Non mi lasciava le energie per giudizi di carattere empirico o morale.

E no, avevano torto tutti: se vogliamo ragionare in termini utilitaristici, non era un capriccio: era un handicap. Possibile che la società occidentale non riuscisse a spiccare quel salto, a finire di evolversi in quel senso, a riconoscerlo?

Un handicap, un disturbo, un problema. L’esplosione improvvisa del sole dopo la pioggia, un narciso, un gatto, una lumaca, uno steccato a filtrare i raggi di luce non mi lasciavano scampo. E no, non tutti avrebbero voluto passare le giornate a ritrarre i petali delle camelie per terra o a scrivere di un alito di rose o di uno sguardo di brace. Solo chi era afflitto dallo stesso handicap poteva capire e, come me, in questa società non aveva scampo.”


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