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LA MIA VERA CARRIERA

Sapete come si fa a scegliere di dare assistenza agli altri, quando sono sofferenti?
Ad osare pensare di poter aiutare gli altri?
Sapete quante volte nella vita vi siete chiesti a vicenda “tu cosa fai nella vita?” O “tu cos’hai fatto nella vita?”, e qualcuno rispondeva sempre “l’impiegato”, “l’idraulico”, “l’avvocato” o “il commesso”?
Sapete tutte quelle volte, tutti quegli anni in cui io non sapevo cosa rispondere? Tutte quelle infinite volte in cui io, in decenni e decenni, dovevo avviare un discorso per spiegare cosa facessi io?
“Scrivere”? È un mestiere?
No. E’ molto di più, ma per spiegarlo a chi mi interrogava avrei dovuto parlare per giorni. la forza femminile
Sapete cos’ho fatto io, realmente, per tutta la vita?

Sapete cos’ho vissuto e di cosa mi sono occupata quando sono andata a vivere sola ai Caraibi? Quando passeggiavo le notti al buio da sola per quartieri malfamati o sulle spiagge più belle del mondo?

Sapete qual è stata la mia attività per tutte le volte in cui ho vissuto nei luoghi più belli del mondo, da sola?
E quando tornavo in Sinai, ogni anno, e quasi nessuno credeva che non fosse per un uomo?

Sapete, sai qual è stato il mio lavoro, la mia professione, il mio mestiere?

Scrivere? Forse, ma quella è sola una copertura. Mentre altri facevano l’ingegnere o l’infermiere o il commercialista, ho riempito anch’io gli anni di un’attività fitta, solo che non è catalogabile nei registri contemporanei e in nessun albo.
Di che cosa mi sono occupata io?

Sono certa che nessuno ci ha fatto caso, perché io stessa non avevo scelto questo ramo come professione.

“Di cosa ti sei occupata tu nella vita?” Beh, oggi ho finalmente una risposta.
Di soffrire.

Schivandolo quando non riuscivo a reggerlo, andandolo a indagare quando riuscivo ad essere più presente.
Mi sono occupata di soffrire.

Di soffrire le solitudini immani che la maggior parte degli esseri umani evitano, come il ricercare il silenzio e il buio stellato in spazi immensi e lontani un oceano dal mio Paese, la notte.

Mi sono occupata di soffrire.

Anni, decenni. Soffrire per tutti gli uomini che non erano pronti a lasciarsi andare.
Soffrire per tutte le volte in cui qualcuno mi ha fatta sentire invisibile.
Soffrire per il sarcasmo maschile, che nasconderà pure insicurezze altrui ma che è sempre finito per atterrare su di me come uno sputo.
Soffrire per l’inestirpabile meteoropatia, oltretutto così rara e così poco conosciuta.
Soffrire di crisi mistiche da ragazzina e anni a strisciare prima di trovare qualche risposta che mi contenesse.
Soffrire per non avere mai un ruolo sociale.
Soffrire perché “tu spaventi gli uomini”, o perché “tu sei troppo” o perché “ho di meglio da fare”.
Soffrire per amare una persona che non si può avvicinare per interi anni alla volta.
Soffrire per la guerra contro il mio corpo da ragazzina. Soffrire da adulta per le sorti del Medio Oriente, e poi del mondo.
Soffrire, al ritorno in Italia, per la vuotezza di certe preoccupazioni locali di fronte alla situazione mondiale. Mi sono occupata di soffrire, tutti i giorni, per coloro che nutrono le torture disumane e strazianti che si ripetono tutti i giorni negli allevamenti intensivi. Soffrire per l’insensibilità di tante persone, che preferiscono non vedere e non sapere.
Soffrire per le foreste che vanno a fuoco e per le urla della natura e della terra, che io sento come una vibrazione costante nelle ossa.
Soffrire anche per la bellezza, non condivisibile con chi non era dentro di me. Soffrire per l’impossibilità di traslare sugli altri certi apici dell’amore e i sogni che faccio, irriproducibili nel mondo che conosciamo.
Soffrire per tutte le persone che non sono state in grado di accompagnarmi.
Soffrire per gli innumerevoli silenzi che ho ricevuto.
Soffrire per aver seminato amore e raccolto vuoto.
Soffrire per tutte le persone che danno più importanza al lavoro che ai rapporti umani.
Soffrire per l’incapacità di un abbraccio o di un “ti amo”.
Soffrire per la capacità dell’indifferenza, che io non ho mai imparato.

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Foto di Karolina Grabowska

Soffrire per i freni altrui, i muri altrui, le condizioni altrui. Soffrire per la costante frustrazione di non capire, non importa quanto studi e lavori su di me.
Soffrire di fronte all’infinità di ciò che abbiamo dentro e alla nostra cecità.
Soffrire di fronte alle infinite forme di violenza verbale dietro cui gran parte della gente vive oggi.
Soffrire per non avere una spalla.
Soffrire nel realizzare l’amore gratuito che solo un animale o un genitore ti dà.
Soffrire nel convivere con i limiti che il mondo dà alla mia voglia di amare e di giocare liberamente.
Soffrire della sensazione di essere di un altro pianeta.
Soffrire per il troppo poco ridere che incontro.
Soffrire di incomprensione, di invisibilità, di noncuranza.
Questo è stato il mio vero mestiere.
Questo è stato il mio lavoro da che ho memoria, cristallizzato in decine di libri e diari e articoli e blog e poesie, ma la vera carriera dietro la mia scrittura è stata questa.
E tornando alla domanda iniziale: come si fa a scegliere di dare assistenza agli altri? Come si arriva a pensare di poter aiutare gli altri?
Così.
Oggi ho la risposta. Si fa così.
Sono la più esperta di dolore nelle varie forme che io conosca, che sia sopravvissuta e che l’abbia sperimentato così a lungo e in così tante modalità.
Non potrai appoggiarti a me, ma potrai sentire quel calore che viene da chi ha sfondato le proprie pareti e dietro trova il fuoco universale. Non sono che un’anima al vento, ma questa è stata la mia carriera e questo è quello che ti porto.

2020. Quest’anno, vi aspetto:

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