ESSERE COMUNITA’

SIAMO PIU’ “INSIEME”

In questo periodo, attraverso un’esperienza epocale, stiamo imparando a essere insieme.

Stiamo imparando a essere comunità. Non ci capitava da circa ottant’anni, ma a livello così ampio, per via dei mezzi che abbiamo oggi, non ci è mai capitato nella storia umana.

Da diversi anni ormai nella mia scrittura e nei miei discorsi parlo dell’isolamento umano a cui siamo arrivati come fenomeno inedito dell’ultima ventina d’anni. Isolamento anche proprio come modello abitativo. Persone che muoiono inosservate. Persone sole e prive di uno scambio a tutte le età…

Una segregazione non solo del tutto inadeguata per la natura umana e per la sua psiche, ma anche non sostenibile dal punto di vista energetico ed economico.

Ma in questo periodo, stiamo sentendo cos’è essere insieme.

essere comunità
Foto di J Garget

Paradossalmente, da un’esperienza che avrebbe potuto farci sentire più soli di prima, è nata invece una rete di contatti via telefono, via social, via arte e via pratiche energetiche e meditative collettive, da iniziare finalmente a farci sentire le potenzialità della rete umana. Di quartiere, cittadina, regionale, statale, internazionale e universale.

Le attività di gruppo, se pur per il momento condotte a distanza (ma è una distanza puramente fisica, non emozionale) sono davvero toccanti. Concerti, Workshops. Meditazioni.

L’energia della collettività si sente anche se non siamo tutti nello stesso spazio, si sente eccome, è questa la cosa che mi ha sorpresa di più.

Inoltre, si moltiplicano le iniziative per insegnare qualcosa di nuovo, per sollevare il morale delle persone, per conquistare un nuovo pubblico con la simpatia… Se sei riuscito* ad accettare di avere pazienza per appena qualche mese nella tua vita prima di poter riabbracciare le persone che hai potuto abbracciare sempre, se ascolti bene la variazione dell’atmosfera… forse ti renderai conto di come adeso sia più uno “stare insieme” di prima.

E la cosa non sta avvenendo solo via internet o cellulare, ma anche durante le interminabili file fuori da un ufficio postare o da un supermercato.

Le persone adesso si parlano, più di prima e diversamente. Non c’è più quel muro di indifferenza e di fretta… Di vedere l’altro quasi solo come un ostacolo alla propria corsa! Un essere umano!

Quando ero molto piccola, chiedevo sempre a mio padre di prendermi in braccio la sera per “vedere le lucine”. Perché prima di andare a dormire, e per dormire bene, dovevo per forza guardare le luci delle case visibili dalla nostra finestra, oltre altre strade e oltre i giardini. Tutte quelle che potevo vedere dal terzo piano.

luci comunità
Foto di Enrique Lopez Garre

Era un rito che richiedevo e che non potevo perdermi per nessun motivo per riuscire a dormire in una pace totale e nutriente.

E lo ricordo ancora quel sonno: il sonno degli esseri venuti al mondo da poco, abituati a una dimensione in cui tutto cospira per il nostro bene e l’amore lo si prende e lo si dà guardando le proprie luci.

Cosa significava “vedere le lucine”? Sto condividendo con voi un ricordo che non ho mai raccontato a nessuno.

Significava poter immaginarmi le realtà di quello stesso momento dentro ciascuna di quelle stanze, androni, ingressi, cortili, giardini, scale, balconi, cucine, camere da letto… Cosa si stavano dicendo? Qual era il suono dominante in quell’ambiente? E il colore della luce? E l’odore? Che atmosfera c’era e che persone ci vivevano? Avevano sonno anche loro? Stavano per accingersi alla notte insieme a me?

Significava poter immedesimarmi con ciascuna di quelle persone e vedere la vita attraverso. Che significa attraverso? In orizzontale. In sezione. Con quel tipo di percezione eravamo e siamo tutti insieme.

(Qui l’articolo su una società egualitaria possibile)

Siamo interdipendenti, non c’è dubbio! A dormire non ci sarei andata solo io insieme ai miei genitori. Ci saremmo andati in migliaia di migliaia. Lo sentivo, ed eravamo tutti insieme.

Le notti di vento lanciavo i coriandoli fatti a mano di giorno, nella speranza che raggiungessero i miei amici, che vivevano dall’altra parte della città. Ci ho sempre creduto che almeno un paio di quei coriandoli sarebbero arrivati fin là. Insieme alle stelle.

Poi, mi hanno inventato internet e mi hanno reso la cosa più facile. Ma io non sono cambiata.

Chissà che non stiamo imparando ad essere davvero comunità….

Tu che ne pensi? Lo senti?


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