il bosco e le sue lezioni

IL BOSCO MI HA INSEGNATO

IL BOSCO E LE SUE LEZIONI DI VITA

In occasioni come questa, mi ero ripromessa di raccontare la codificazione del bosco e le lezioni di vita che ci elargisce, se restiamo aperti e recettivi, ad ogni passeggiata.

Parto dicendo che, poiché a livello archetipico il bosco rappresenta l’inconscio (vedi ad esempio tutte le fiabe), per quanto mi riguarda, tutto quello che mi succede quando vado nel bosco è significativo – e simbolico. Da tradurre, da decifrare al setaccio delle sensazioni del cuore e non con il lato mentale del ragionamento.

Detto questo, i seguenti aneddoti sono avvenuti durante un trekking in solitaria sulle Alpi Carniche. Direzione: la pieve di San Pietro, la più antica della zona, dunque – suppongo sempre – anche probabile avamposto di passati alberi sacri (vedi la storia del disboscamento religioso qui).

noi e il bosco

Il sentiero si presenta molto stretto e ripido: appena un passaggio di terra battuta tra rocce e grandi radici. La fatica è tanta e fa molto caldo: si sale in fretta. Dopo una ventina di minuti da sola, incontro gli unici due esseri umani che scendono, dall’aria molto stanca. Chiedo loro se la pieve disti ancora molto. Mi danno segno di non conoscere l’italiano, quindi riformulo la domanda.

(Un passo nel mondo simbolico: stiamo salendo, qui non vale più il linguaggio di tutti i giorni. L’incontro nel bosco a livello simbolico potrebbe essere quello con esseri o entità che sono messaggeri, aiutanti o ostacolanti, ma siamo già nel livello del sogno: un piano diverso da quello di “fuori dal bosco”).

I due turisti in inglese subito mi sconsigliano di proseguire. Mi dicono che la strada pare molto lunga, che loro sono tornati indietro prima di farcela. E addirittura che l’ultimo tratto è del tutto insicuro e molto pericoloso.

Appena mi superano scendendo e li perdo di vista tra gli alberi, mi ascolto. Sento che le mie antenne (o antiche corna?) interiori mi dicono di proseguire. Non solo, sento che il loro monito mi ha motivata ancora di più nel raggiungere la meta, adesso ancora più interessante.

Dopo un altro tratto di salita sfiancante, decido di fare una sosta, sedendomi sulle grandi radici di pini altissimi, che i viandanti usano come scalini.

Li osservo. Noto, qua e là, coppie di alberi “amici” o “compagni” che negli anni si sono avvicinati o che si sostengono a vicenda. A guardarli bene, pare chiara una loro predilezione reciproca. Sembra proprio che alcune coppie vegetali abbiano scelto di trascorrere i secoli in intima vicinanza.

Dopo qualche minuto immobile e in silenzio, avverto dei rumori attorno a me. Il suono della vita che riprende. Mi mimetizzo con l’immobilità delle radici e addirittura da lì a un minuto alla mia destra uno scoiattolo bruno riprende il suo percorso di trapezista tra i rami, arrampicando e saltando tra un albero e l’altro fino a coprire tutto quel versante. Il suo sentiero sta più in alto.

noi e il bosco
Image by Mystic Art Design

Questa è una cosa che ho notato in più frangenti e voglio consigliarla a tutti. Finché attraverseremo un bosco facendo rumore, o ancora peggio parlando con altre persone o vociando, non vedremo nulla. Se non la forma apparente degli alberi, fisicamente impossibilitati a scappare – ma nel loro interiore ci stanno temendo anche loro e si stanno ritraendo, in attesa di danni.

Se vogliamo veramente entrare nella sezione di un bosco e del suo presente, così come le cose si stavano svolgendo prima della nostra comparsa su quel sentiero, è fondamentale rimanere immobili e osservare. Dopo pochi minuti, il bosco ti ingloberà nella sua ombra e nella sua onda vitale e tu acquisirai il dono dell’invisibilità, per tutto il tempo in cui sarai capace di restare in pace, inerme, nello stato dello spettatore/della spettatrice.

In quello stato, il bosco riprende tutte le sue attività come se tu non ci fossi. Allora e solo allora potrai veramente vedere un bosco da dentro. Gli insetti riprenderanno a camminare, gli scoiattoli a saltare, gli erbivori le loro traiettorie interrotte di fronte all’avvisaglia di passi lontani, gli uccelli a muoversi liberamente tra il cielo e i rami…

Entrare in un bosco non significa andare a fare una scampagnata. Significa entrare in uno stato di coscienza alterato, facilitato dalla consistenza del bosco stesso e dall’influenza che esso da sempre detiene sul nostro stesso inconscio (ciò che, quando eravamo anche noi parte integrante del bosco, inconscio non era).

Riprendo il cammino e, di lì a poco dopo l’incontro dei miei “messaggeri de/motivanti”, avvisto la pieve poco sopra di me. Ci divide ancora, in effetti, un tratto sullo strapiombo del bosco. Vedo scendere un tipico camminatore montano con l’aria di svolgere la passeggiata più facile del mondo. Io stessa risalgo quel tratto con grande gioia e l’adrenalina che sale: che bello, un tratto impervio e a prova di vertigini seleziona i tentativi delle persone di arrivare all’obiettivo: questa cosa mi piace e mi elettrizza!

(Altro passo nel simbolo: la meta era appena dietro l’angolo, appena dopo coloro che volevano spingerti a rassegnarti).

Mi immagino diventare uno stambecco e percorro quell’ultimo tratto in salita. La verticalità del bosco di fianco allo stretto passaggio inquieta e allo stesso tempo eccita – la sua potenza, la nostra piccolezza. Raggiungo l’antica pieve.

Non mi interessa nemmeno visitare la parte interna, l’aspetto religioso. Oltretutto sono vestita pochissimo: so che in quei posti non sono la benvenuta. In compenso, mi godo una vista mozzafiato su tutti i lati e la perplessità di quanto spazio il bosco ha messo tra me e il punto di partenza. Le scritte “attenzione vipere” che spaventano i turisti. Il volo maestoso di qualche rapace.

bosco e trekking
Photo by Photo-Poetry Sonia Serravalli

Quando ho fatto il pieno di bellezza e dell’energia di quel luogo, riprendo la discesa.

Il simbolo che mi aspetta lungo la via del ritorno è un bello, grande e lucido scarabeo nero. Simbolo della fortuna in Egitto. Mi fermo appena sotto di lui ad osservarlo da vicino.

E’ immobile ma è talmente bello che mi auguro e gli auguro che non sia morto. Poi, ripenso al fenomeno della tanatosi, di cui molti insetti tra cui gli scarabei fanno un uso smodato, e mi consolo: decido di credere che sia ancora vivo e vegeto ma che stia solo fingendo, perchè mi ha sentita passare.

Mi allontano in discesa di un passo e resto ad osservarlo fissamente e con intensità. Di recente ho letto un testo sulla telecinesi e, senza pensarci troppo, decido di provare ad applicarla alla mia maniera: su un essere vivente e non su un oggetto. Sul vederlo tornare alla vita e non per provocare un suo spostamento. Complici anche le ricerche di Igor Sibaldi sulla resurrezione.

Lì faccio due esperimenti. Inizialmente, un tentativo: provo il conto alla rovescia da tre a zero, sperando che il regale scarabeo inizi a camminare alla fine del conteggio. Così non funziona. E sì che me lo hanno insegnato in tutti i modi: sperare e desiderare soltanto non funziona…

Allora passo dal tentativo alla decisione. Con ferma coscienza e spegnendo la mente semino questo intento: alla fine del conto alla rovescia, tu passerai dallo stato attuale a quello in cui vivi e cammini, perchè così io già ti vedo. Così ha funzionato perfettamente!

Esattamente sullo zero, lo scarabeo si raddrizza sulle zampe come se niente fosse e riprende a camminare come appena risvegliato da uno strano sogno. E anch’io. Solo che il sogno reale è quello fuori dal bosco. Là dentro, possiamo essere di nuovo noi. Se ci permettiamo di farlo e se permettiamo al bosco di inglobarci veramente tra le sue spire.

 


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(Sonia Serravalli ha scelto come missione quella di vivere solo della sua Arte, in quanto dono. La scelta, quasi obbligata, è avvenuta dopo essersi dovuta arrendere di fronte all’evidenza che quando non ci prendiamo cura del dono divino del nostro personale daimon, tale dono diventa handicap e non ti lascerà mai libera/o in ogno caso. Manifestarlo al mondo e metterlo al servizio degli altri, al contrario, diviene sia dovere morale imprescindibile che unica via d’uscita)

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