mano nella mano

LEZIONI DA ORFEO ED EURIDICE

COSA CI INSEGNA IL MITO DI ORFEO ED EURIDICE

Il mito di Orfeo ed Euridice non parla solo dell’amore che supera la morte, bensì dell’impazienza e della non fiducia nella vita e in se stessi.

Traggo il seguente brano dal sito Studenti.it, inserendo in blu i miei commenti al suo interno qua e là: riflessioni sul contenuto sotteso del mito e sui suoi insegnamenti.

Premesso che una trattazione completa di tutti gli insegnamenti insiti in un mito richiederebbe molto più spazio e altra sede.

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Il mito di Orfeo ed Euridice è molto antico e noto ai più per essere stato raccontato da Ovidio nelle sue Metamorfosi.

Sebbene sia solo una parte minore del mito di Orfeo – molto più dettagliato e di cui esistono più versioni – la storia della catabasi, letteralmente discesa agli inferi di Orfeo per riavere indietro la sua sposa è passata alla storia per la sua potenza narrativa e la sua forza espressiva.

amore oltre la morte

ORFEO ED EURIDICE – La premessa

Narra il mito che Orfeo avesse ricevuto un regalo dal dio Apollo: una lira che aveva imparato a suonare così bene da incantare ogni creatura. Il suo grande amore – nonché sua sposa – era Euridice, figlia di Nereo e Doride.

Il loro amore, pur forte, non era però destinato a durare: uno dei figli di Apollo, il pastore Aristeo, si innamorò infatti di Euridice (N. d. R. e cercò di forzarla a baciarlo): nel tentativo di fuggire da lui la ragazza corse nel bosco e un serpente la morse. Euridice morì, lasciando Orfeo nella disperazione.

Puoi trovare questa parte del mito spiegata in modo più approfondito nell’articolo qui linkato del blog “La mente è meravigliosa”.

LA CATABASI NEGLI INFERI

Ma Orfeo non si diede per vinto, e per riavere indietro la sua sposa decise di mettersi in viaggio verso l’Ade.

Questa è quella che viene descritta come la catabasi agli inferi, ovvero la discesa di Orfeo nel regno dei morti per portare indietro con sé, di nuovo alla vita, Euridice.

La CATABASI per Robert Bly (“Iron John – A book about men”) è anche la “discesa nelle ceneri”, quel processo necessario all’energia maschile (presente soprattutto in un uomo, ma in parte anche in una donna) per conoscere il proprio lato oscuro, per affrontare le proprie ombre, per cimentarsi con i propri limiti, per andare ad esplorare cosa c’è dietro le cose, dietro l’apparenza e nelle proprie profondità (proprie e del mondo).

È una fase necessaria, senza la quale un umo continua a vivere una vita fasulla, di plastica, non completa e non può realizzarsi pienamente.

E’, non a caso, una fase che ricorre in tutti i miti. Robert Bly dice anche, però: “Spariti gli iniziatori dalla nostra cultura, restiamo senza alcuna indicazione circa il modo in cui è possibile scendere da soli.”

Bly parla di “esperienza con il Maligno”, “l’esperienza del tradimento” e dice che un uomo non può diventare Re se prima non ha occupato per un po’ anche il posto del Re degli Inferi.

(Vedi anche il mio video: “Soffriamo per ‘assenza di un’iniziazione”)

Orfeo negli inferi si trovò di fronte a enormi sfide, ma grazie alla sua lira superò ogni prova: ammansì Cerbero e Caronte e arrivò al cospetto di Ade e Persefone, che mostrarono pietà verso di lui e stima per il suo coraggio.

Ottenne così di poter riportare indietro con sé Euridice, ma ad una condizione: non voltarsi mai indietro fino a che non fosse uscito fuori insieme a lei.

Euridice attende Orfeo
Foto di Stefan Keller

Una prova del genere (passo necessario per crescere) richiede fede nell’incertezza. Come dice D. Chopra, fiducia nella saggezza dell’incertezza. Che è anche fiducia in sé, sicurezza di sé e assieme fiducia nell’equilibrio insito nella vita e nelle sue cose. Fiducia nell’armonia cosmica degli elementi e degli eventi, fiducia nel fatto che ciò che deve accadere accadrà, se la nostra anima l’ha scelto. E la fiducia nel vuoto vivo, che richiama un pieno.

Orfeo si incamminò verso la luce, con l’ombra di Euridice a seguirlo. Quando i due erano ormai quasi fuori dall’Ade, Orfeo fu però colto da un orribile sospetto: e se l’ombra che camminava con lui non fosse quella di Euridice? Orfeo, in preda al dubbio si voltò all’improvviso infrangendo la promessa ed Euridice fu inghiottita nuovamente dagli inferi.

Questo passo descrive genialmente tutte le volte in cui non sappiamo aspettare il momento giusto. Per la paura di perdere qualcosa, la perdiamo.

Non la perdiamo per via di un destino beffardo, ma la perdiamo proprio per la nostra stessa paura di perderla. Per l’attaccamento emotivo che non permette alle cose del mondo di fiorire nei loro tempi naturali, come vediamo avvenire in natura.

È ciò che Vadim Zeland chiama “eccesso di importanza” e ripete all’infinito che dobbiamo “togliere importanza” da ciò che desideriamo, o la nostra polarizzazione sarà talmente intensa da rovinarla, bruciarla, farla cadere, non darle tempo e modo e spazio di manifestarsi.

Le altre persone lo sentono, così come lo recepiscono gli stessi eventi e il loro incastro.

Il disegno delle cose sarebbe sempre pressoché perfetto, lo dimostra il plurimo miracolo della nostra esistenza sulla Terra, con l’infinita serie di prodigi che fanno sì che i cromosomi, i geni e le diversificate cellule si comportino in modo da farci vivere, come una colossale orchestra perfettamente guidata – al punto che la nostra stessa mente fatica a concepirlo.

Canova

È quasi sempre l’essere umano a spezzare l’equilibrio delle cose, con i suoi costrutti mentali, con le sue paure, con gli attaccamenti, con le aspettative.

Al contrario, avere fiducia in Ade e Persefone significa avere fiducia della Morte e della Resurrezione, avere fiducia che per quanto brutto appaia l’inverno, la primavera tornerà. Ma con i suoi tempi, non con quelli decisi dalla nostra mente, sconnessa dai cicli e poco amante delle ceneri.  

Questo è il lavoro di integrazione del lato nero del Tao, della Morte, del buio, del lato selvatico e spaventoso dentro un uomo. Senza questa integrazione, la riunione di Orfeo e Euridice in vita, allo stadio più evoluto, successivo quello delle ceneri, non sarà possibile.

A nulla valsero i tentativi successivi del ragazzo di tornare indietro ancora una volta per riportarla con sé. Il mito di Orfeo avrebbe narrato ancora molte vicende, ma nessuna avrebbe più previsto la presenza di Euridice.

«E ormai non erano lontani dalla superficie della terra, quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla, l’innamorato Orfeo si volse».

(Ovidio, Le metamorfosi)

“Nel gruppo scultoreo Orfeo ed Euridice, che Antonio Canova scolpì tra il 1773 e il 1776, Euridice segue Orfeo, proprio come nel mito.

I due sono colti nel momento cruciale del voltarsi di lui, che mentre si porta la mano sulla fronte ha le sopracciglia aggrottate e pare che dalla bocca dischiusa emetta un gemito strozzato, come chi capisce di aver commesso l’irreparabile.

Con un movimento del braccio sinistro, Euridice sembra invitare il marito a proseguire sulla strada del ritorno, mentre già una mano implacabile le afferra il polso destro per restituirla alle fiamme dell’inferno.

Anche Canova suggerisce che a rovinare Orfeo sia stato un impulso ingovernabile.” (Tratto dal PDF di Wanda Montanelli, che contiene altre interessanti analisi del mito)

Un’ultima curiosità: la costellazione della Lira è dedicata alla lira che Orfeo amava suonare, sovrastando il canto delle sirene nel salvare i marinai e commuovendo persino gli dèi.


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