Incontro ravvicinato con orso

METTI UN GIORNO UN ORSO…

VADEMECUM INCONTRI RAVVICINATI

Nel 2000, si è pensato di reintrodurre l’orso in Trentino, partendo da cinque esemplari sloveni. Qui un po’ della storia.

Oggi, locali e turisti gridano “al lupo al lupo” perché, come al solito, quando l’essere umano introduce o reintroduce specie che non fanno (o non fanno più) parte di quel dato territorio, la Vita in breve prende il sopravvento e l’uomo perde il controllo della situazione.

Solo dalle mie parti, in Pianura Padana, e solo per citare pochi esempi, è successo con i gamberi killer, con le nutrie e con le rane toro. Specie introdotte per vezzo o per i motivi più svariati, pochi anni dopo già perseguitate dall’uomo stesso per le conseguenze che la loro natura comporta sul territorio e sulle specie autoctone.

Ma, visto che siamo nel boom delle ferie italiane, in questo articolo non previsto vi voglio parlare di cosa fare e come comportarsi nel caso di avvistamento o avvicinamento di un orso (cosa possibile, anche se molto improbabile, in Trentino, così come in Abruzzo).

incontri ravvicinati con orso
Image by Skeeze

Lo farò citando più sotto un importante vademecum stilato dal WWF.

Iniziamo col dire che la convinzione che la vipera, lo squalo, l’orso, addirittura il lupo (così schivo) o qualunque altro animale non faccia altro che aspettare il passaggio di un essere umano per attaccarlo è pura follia, frutto di una deformazione antropocentrica talmente bassa e avvilente da diventare, nel ventunesimo secolo, vergognosa. Portando con sé, dalla sua ignoranza di base, risultati catastrofici.

In primis, invito dunque chi legge a diffondere informazioni corrette su questo tema. Qualunque animale, e sottolineo qualunque, a parte quello umano, si predispone all’attacco solo:

  • In caso di pericolo per la sua incolumità o quella della sua prole;
  • In caso di carestia – ad oggi causata solo dall’azione dello stesso essere umano sull’ambiente
  • In caso di errore umano (ma preferirei chiamarla idiozia) e sue conseguenze – per esempio, vedi il caso di resti di macello gettati nel Mar Rosso qualche anno fa e il conseguente attacco di uno squalo a una turista.

Mettiamoci in testa che Madre Natura, in tutte le sue forme, rispetta delle regole.

Nel rispettare queste regole, questi binari, ciascun individuo senziente – minerale, vegetale o animale che sia – agisce e re-agisce esclusivamente in base alla propria natura, alla propria funzione all’interno del suo ecosistema e nell’interazione con gli altri, e agli strumenti fisiologici di cui è stato dotato – per un motivo.

Seguendo questo ragionamento, mettiamoci in testa che l’essere umano stesso è l’animale (o ex animale, perché ormai non merita più tale appellativo) più pericoloso del pianeta. Squalo, cinghiale, vipera, orso o lupo che sia, se non ve n’è la stretta necessità, rifugge dall’incontrarci.

Tutto il creato sa, ormai da tanto tempo, che il pericolo maggiore è incontrare un essere umano. È un’informazione che in brevissimo tempo ha iniziato a passare da madre a prole già fin nel DNA.

Forse, visto che noi proiettiamo sempre sull’esterno la nostra realtà interiore, forse è per questo che vediamo pericoli ovunque e che riteniamo pericoloso qualunque essere vivente selvatico.

Perché il pericolo viene da noi, ce lo portiamo addosso.

noi e gli orsi
Image by Cheryl Holt

L’animale, qualunque animale, passa gran parte della sua vita a giocare, ad oziare, a dormire o ad interagire in maniera affettuosa con gli altri. Solo una piccola parte della giornata è dedicata, laddove previsto dalla specie, all’attacco e ciò solo ai fini della mera sopravvivenza, mai di un grammo in più.

L’animale vive secondo l’ottenimento del massimo risultato con il minimo sforzo – cosa che chissà perché noi abbiamo perso.

Per questo motivo, qualunque animale, dal ragno velenoso all’orso alla balena, preferirà fuggire rispetto ad ingaggiare uno scontro. Questo vale già nei confronti di chiunque, figuriamoci quando ragioniamo nei confronti dell’essere umano.

Se riusciamo ad uscire dalla folle quanto obsoleta logica antropocentrica che ci strozza e che distrugge, già abbiamo fatto molta strada.

Da quel punto lì, potrai certamente seguire i consigli che seguono.

E, mi raccomando, quando entri in qualunque ambiente naturale al di fuori di una città, ricorda sempre di chiedere il permesso, di farti riconoscere e di ringraziare.

Da qui, possiamo partire per un futuro diverso. Un futuro di convivenza vera. In cui al reinserimento di forme di vita da un posto ad un altro si sostituisca la riconnessione, da parte nostra, a Madre Terra.

orsetto
Image by Pezibear

“Farsi notare, magari con un campanellino, e non avvicinarsi: sono queste le regole d’oro per gestire l’incontro fortuito con un orso durante una passeggiata nella natura.

La prima cosa da fare, con gli orsi e con gli altri animali selvatici, è evitare l’effetto sorpresa. In alcuni Paesi, ad esempio, ai turisti che vogliono addentrarsi nella natura vengono consegnati piccoli campanelli da legare a zaini o biciclette.

“Questo è un trucco semplice ma efficace perché’ gli animali, avvertiti in maniera ‘soft’ della presenza umana, si allontaneranno autonomamente”, assicura il WWF. Nel caso di Daniza, rileva l’associazione, un campanellino avrebbe probabilmente dato modo all’orsa di percepire ben prima dell’incontro la vicinanza dell’uomo e di avere il tempo di comprendere la situazione e allontanarsi.

Se si avvista un orso a distanza è opportuno rimanere sul posto e godersi la vista senza cercare di avvicinarsi, ad esempio per scattare foto.

Se l’orso è vicino, invece, bisogna far notare immediatamente la propria presenza parlando ad alta voce, allontanarsi a passo svelto ma senza correre, dando le spalle all’orso e lasciandogli sempre una via di fuga.

Se l’orso si alza in piedi e annusa, è solo per valutare meglio la situazione, non per manifestare aggressività, sottolinea il WWF, spiegando che l’animale non attacca se non è provocato o sorpreso dalla nostra presenza improvvisa. In caso di ‘falsi attacchi’, che non portano a un reale contatto, è bene mettere qualcosa davanti a sé, come lo zaino, e allontanarsi sempre senza correre.”


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(Sonia Serravalli ha scelto come missione quella di vivere solo della sua Arte, in quanto dono. La scelta, quasi obbligata, è avvenuta dopo essersi dovuta arrendere di fronte all’evidenza che quando non ci prendiamo cura del dono divino del nostro personale daimon, tale dono diventa handicap e non ti lascerà mai libera/o in ogno caso. Manifestarlo al mondo e metterlo al servizio degli altri, al contrario, diviene sia dovere morale imprescindibile che unica via d’uscita)

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