fede come luce

FEDE E CECITA’

LUCI E OMBRE DELLA FEDE

La fede non è solo un concetto o un’idea. Se una persona riesce a raggiungere una propria fede e a nutrirla, essa si rivela bacino di un’energia sconfinata, a cui si potrà attingere e si potrà anche distribuirne.

Energia, forza, passione e luce. La fede può guarire, rendere consapevoli, ampliare le vedute.

Fede non è per forza qualcosa di religioso, anzi: fede abbraccia il concetto più ampio di spiritualità ma anche di panteismo: fede può essere vedere la traccia di Amore in ogni cosa che esiste. Per questo aiutano tante pratiche, tra cui qui quelle tantriche che sto approfondendo e che funzionano con me.

Non c’è una strada giusta per abbracciare la fede:

essa può avvolgerti attraverso una religione, attraverso la contemplazione senza filtri della natura, attraverso qualunque forma di meditazione, attraverso l’amore terreno, attraverso qualunque forma d’arte, attraverso il dialogo con gli animali o con le piante, attraverso la forza dei cristalli, attraverso la nostra sensibilità agli elementi, ai simboli antichi dei tarocchi, alla medicina naturale, alla magia verde, all’alchimia e attraverso qualunque altra pratica ci consenta di farci da ponte per portarci verso la sorgente infinita che sta connessa con (ma non percepibile da) il mero mondo fisico della terza dimensione.

fede e consapevolezza
Image by Artie Navarre

Ma, come tutte le cose esistenti, anche la fede nasconde un lato d’ombra.

La fede dovrebbe infatti settarsi sulla consapevolezza che il viaggio a cui essa ci “inizia” è onnipotente e fornisce energia infinita, sì, ma essa non ha un obiettivo finale: non ha una fine.

Se questa consapevolezza può venire abbracciata, la nostra fede può servirci al meglio, farci realizzare i nostri sogni, guarire noi e le persone attorno a noi (sia da malattie che da ferite emotive), permetterci di creare forme d’arte, forme di servizio e qualunque altra cosa: un limite non c’è.

Se al contrario stringiamo la fede che ci è venuta incontro e che ci corrisponde così perfettamente (“ci risuona” = fa risuonare noi) con attaccamento, con possessività, come mezzo per elevarci sopra gli altri, come alimento per il nostro ego e la nostra identità terrena, come se la nostra forma di fede fosse scritta sulla pietra e fosse la migliore di tutte, qui entriamo a pieno titolo nel lato-ombra della fede, e il brutto è che lo facciamo inconsapevolmente.

Chiunque dichiari a se stesso e agli altri di avere raggiunto la verità ultima, di avere

 la verità in tasca, non differisce in nulla

da qualunque estremista e fondamentalista di qualunque religione o setta.

La fede non può “essere migliore”: è e basta. E la fede non può essere immobile: è un percorso, non un oggetto da conquistare.

Così facendo, presto o tardi allontaneremo le persone anziché avvicinarle e smetteremo di godere del bacino di luce ed energia infinita che la fede porta con sé, rimanendo affezionati a una pozzanghera che abbiamo colonizzato e lasciando che lì dentro si cristallizzino il nostro cuore e la nostra mente.

fede e consapevolezza
Image by Miranda Wipperfurth

La fede è un rio grande: seguilo e avrai sempre nutrimento e ogni giorno sarà un’avventura nuova. Prova a incanalarlo e a farlo tuo e ti impaluderai in acqua stagna, mentre quel fiume se ne andrà per il suo corso, inosservato ai tuoi occhi.

Solo gli ingenui, allora, potranno assurgerti a loro maestro. Ma né per te né per loro, purtroppo, a quel punto, sarà accessibile una forma autentica di felicità.

Non sto dicendo che non credere fa bene, anzi: non credere ostacola il nostro destino scelto e i nostri sogni dall’avverarsi! E ci porta fuori dal nostro allineamento, fuori dal seminato. Quello a cui mi riferisco è: restare flessibili e tenere sempre le finestre aperte perchè entrino ossigeno, nuovi punti di vista e nuovi messaggi!

Anche i più grandi geni prima o poi si sono presi la libertà di emendare le loro teorie, venendo presi per pazzi o perdendo seguito. Tra questi, Albert Einstein e Carl Gustav Jung.

Concludo questo ennesimo scritto di getto e di pancia e di petto (composto dal primo chakra al quarto e qui mi fermo, a metà dell’arcobaleno – vieni anche tu?) dicendo che non ci si deve aspettare che chi ha fede non viva più momenti di dubbio, di dolore e anche di disperazione.

Mi permetto di dire che chi in pubblico fa di tutto per nascondere i propri dubbi e le proprie debolezze su quanto professa non fa che portare avanti (sempre inconsapevolmente) un retaggio del patriarcato che stiamo cercando tutti insieme di sciogliere. Quello dell'”uomo tutto di un pezzo” e dell’insabbiamento dei propri lati vulnerabili e profondamente umani.

Nessun credente e nessuna figura di guaritore, guaritrice, consulente, scrittore o artista ispirato smette per sempre di entrare nell’abisso del dubbio, di vacillare nel viale del buio o di piangere a dirotto perché le sue aspettative sono di nuovo state tradite dal disegno più alto – o non sarebbe umano (il divino in-carnato).

Perfino Gesù in extremis, quando nessuno andò a salvarlo e tutti gli voltarono le spalle, dubitò di Dio.

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? / Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido. / Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; / di notte, e non c’è tregua per me” (vv. 2-3).

Nascondere o mascherare questo non può che sbalzarci fuori dal fiume stesso della fede mentre ci intestardiamo a vivere dietro un’identità a scadenza, quando esso ci richiede impietosamente condivisione e l’abbandono radicale del bisogno di dimostrare alcunché agli altri. Di dimostrare chi siamo, cos’abbiamo vissuto e cos’abbiamo capito.  I “maestri” e le “guide” dovrebbero farlo per primi. E tutti gli altri allo stesso modo dentro di sé.

Ti ricordo comunque che se mai anche tu avessi “scritto qualcosa sulla pietra”, anche la pietra ha un suo ciclo vitale e per fortuna non rimarrà per sempre uguale a se stessa.

Con tutti i miei difetti e i miei momenti di gioia e di disperazione, ti aspetto a metà dell’arcobaleno.

Tu che ne pensi?

«Quanto più domina la ragione critica, tanto più la vita si impoverisce;

ma quanto più dell’inconscio e del mito siamo capaci di portare alla coscienza, tanto più rendiamo completa la nostra vita.»

(C.G. Jung)

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