QUANDO TUTTO SCIVOLA

IL VUOTO SACRO

Il mondo esterno ti fa sentire di non aver fatto abbastanza.

Ti sembra di aver puntato per decenni sul “cavallo sbagliato”.

Ti senti inutile, insufficiente o esausto davanti ai ribaltoni del mondo. E non serve a nulla che altri ti lodino o ti dicano che sei speciale, perché tu non ti senti così. Non ti senti abbastanza efficace, abbastanza di peso, abbastanza di senso.

Qualunque mezzo barlume di sogno o di progetto viene immediatamente sradicato dal tuo autosabotaggio: “Non funzionerà”, “Ci vogliono troppi anni”, “Sono troppo stanco”, “Non interesserà a nessuno”, “Costa troppo” e tantissimo altro.

E siccome lo vedi e lo sai, rincari la dose di giudizio e rimprovero. In fondo, lo dico sorridendo, verso te stesso/a sei perfino peggiore del peggior governo che critichi.

In pratica, qualunque tuo tentativo di divincolarti scivola.

crescita personale

Ci sono giorni interi in cui nessun proposito trova radicamento in un terreno poroso: tutto sembra talmente plastificato o compatto che sembra impermeabile. Ti sembra che nessuna parte di te riesca a forarlo e, da lì, ricominciare.

Questo, ti fa perdere anche quel poco di energie e di lucidità che ti erano rimaste.

Sono i cosiddetti “vuoti” che si manifestano in un periodo di depressione, perdita, inattività, ristrettezza, reclusione, immobilità, paralisi o “malattia”.

(Leggi anche: “La depressione come via del risveglio”)

Vorremmo correre alla prossima soluzione, alla prossima visione, alla prossima idea vincente, smaniamo per riaccenderci; e invece niente, ci viene impedito qualunque passo sensato, discorso sensato, scelta sensata.

È uno dei momenti topici di una vita. Stare in quel “nulla”, ciechi, senza capire più niente, senza vedere cosa seguirà e soprattutto chi siamo e chi saremo.

Credo che il metodo migliore che possiamo attuare perché questa fase non si protragga oltre il necessario sia proprio trovare il coraggio di andarci dentro. Esplorarla. Prenderci cura di noi, di ogni parte che si muove in noi. Non preoccuparci, ma accudirla, un’ansia, una paura, l’inconcludenza, l’inadeguatezza, il calo di energie, una dopo l’altra. Guardarla. Ascoltarla.

Parlarle a voce alta, lasciare che si narri con la scrittura, cullarla o portarla a nanna in meditazione, da lì osservarla da fuori, placare la mente, pregare, dedicarci al corpo e a liberare blocchi, connetterci con la natura a mente vuota, scriverci bigliettini di promemoria, dare la massima dedizione a noi stessi.

Fare passi piccoli. FARE PASSI PICCOLI.

Al contrario, facciamo sì che questa fase si protragga se pensiamo che non vogliamo saperne. La ripudiamo.

trasformazione
Foto: Der Wed

Se pensiamo che ci salverà distrarci con un bel film, con la compagnia di altre persone, con sfoghi o lamentele, oppure con i tentativi di risvegliare gli altri, di istruire gli altri, di prendercela con gli altri.

Che ci salverà cambiare luogo, casa, compagni, lavoro. Svolgere un’attività meccanica. Che ci salveranno i ragionamenti, le fughe nello sport, le ore a camminare senza una direzione o a sfiancarci mentre il logorio mentale prosegue.

In momenti così, queste attività, che in un’altra fase vengono perfino consigliate, si rivelano tutte forme di fuga.

Qui, queste mosse NON VALGONO. Perfino leggere in maniera bulimica post ispirazionali, libri e tutorial su come stare meglio, in momenti che appartengono al vuoto sacro, è una forma di fuga.

Fuga da noi stessi, dalla trasmutazione (morte-e-rinascita) che ci spetta. E quando ci tocca ci tocca. Il libero arbitrio vale solo fuori dai punti nodali, e questo è un punto nodale.

Una trasmutazione che non avverrà attraverso il ragionamento, né la cultura, attraverso demonizzazioni di noi o d’altri, né sfogando semplicemente rabbia, né pagando professionisti della psiche o medici, né tantomeno giudicandoci o rimproverandoci man mano che ci trasmutiamo verso lo stadio che ci aspetta. E nessuno che possa intervenire, neanche il più scaltro “tuttofare”.

Essa può svolgersi e dispiegarsi solo dentro di noi.

Lo so, questo mondo è fatto per correre e quasi sempre ti viene detto che un tempo così tu “non te lo puoi permettere”. Il problema è che se non gli fai spazio tu, si troverà il modo di farsi spazio da solo. Perché sarebbe come non trovare il tempo di nascere, di morire o di partorire.

Queste Leggi non badano minimamente alle regolette umane.

La fase del vuoto sacro viene spesso narrata come una, potente, che cambia la vita.

Non so cosa ne pensi, ma io ritengo che ci possa spettare più di una volta nella vita. Che si muoia e si rinasca anche più volte in un’esistenza terrena. Dipende.

Quella superficie che non ci lascia radicare niente in quei momenti richiede solo che ci scivoliamo su. Agitarti può solo peggiorare le cose, come in una ragnatela o dentro le sabbie mobili.

Per quanto questo passaggio sia sempre doloroso o disorientante (no, non sei tu che sei strana), credo sia ben chiara a tutti la differenza tra scivolare in una sostanza o in una qualsivoglia dipendenza o forma di fuga/distrazione e scivolare invece verso il nostro stesso cuore e verso la chiamata della coscienza che ci anima e che vuole da noi ancora qualcos’altro. Non credo che tale differenza si debba spiegare.

Per questo, lo “scivolare” di cui parlo sarà una fiducia nei nuovi inizi. Non fuga, ma la decisione di affrontare la “battuta d’arresto” e di andarci fino in fondo, per il tempo che ci vuole, per capire cosa ci chiama e cosa ce ne porterà fuori <3

Ci auguro di avere fiducia nel processo. Resistere alla trasformazione di noi stessi, a qualunque età essa avvenga, può solo protrarre una più o meno mascherata agonia.

Invece, fermarci, ascoltarci, individuare con cosa vibra e torna a pulsare il nostro cuore e cosa invece ci fa girare intorno all’infinito, cosa non ci appartiene più e che tipo di sensazione nuova sta arrivando, questa è l’impresa che ci aspetta e ciò che rende umano un essere umano.


Sonia Serravalli
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